SileteVenti su Il Giornale!

Il titolo del concerto presso la Basilica di San Marco a Milano, «La Passione ritrovata», poteva suscitare qualche perplessità, trattandosi della Passione secondo Giovanni, una delle opere più ammirate di quello che Richard Wagner chiamava, il Grande Taumaturgo, parliamo di Johann Sebastian Bach.

Il «ritrovamento» non riguarda una qualche inedita versione, ma una rilettura attenta e una riflessione su quanto indicato dalla mano di Bach (sopravvivono solo 20 fogli autografi). E le sorprese non sono mancate, a partire dall’organico: ridotto ad un pugno di archi, due oboi (oboe da caccia), fagotto e continuo. Simone Toni, direttore del valente ensemble dal poetico nome di Silete Venti!, ci ha lasciato di stucco, perché le due ore dell’esecuzione son corse via come un soffio. Merito dell’alleggerimento dei «pesi» fonici, dell’apporto splendido dei meravigliosi fanciulli e ragazzi del Collegium Iuvenum di Stoccarda e del quintetto dei solisti, fra i quali svettavano il tenore Daniel Norman, per la drammaticità del racconto evangelico e per la violenza dell’aria a commento del rinnegamento di Pietro (n.19), e Raffaele Pè, per il dolore metafisico dell’aria del contralto al consummatum est (n. 58). Altro decisivo elemento per la coesione drammatica dell’intera Passione erano i recitativi, accompagnati dal liuto di Simone Vallerotonda e dal violoncello umanissimo di Luca Franzetti: intensi e teatrali come un recitar cantando alla maniera di Bach. Basilica gremita da un pubblico attento che non ha perso una battuta di un capolavoro che bisognerebbe ascoltare per decreto legge almeno una volta all’anno. Oggi corazzati come siamo ai delitti e alle iniquità, non reagiamo più come all’epoca della Riforma, quando la folla analfabeta si scagliava contro gli attori che personificavano Giuda o Pilato ­ anche se traditori e ladroni non ci mancano certo. Siamo però vulnerabili come allora alla sublime promessa che chiude la Passione secondo Giovanni, simboleggiata nella tomba del Salvatore, che «apre il Cielo e chiude l’Inferno».

Il giornale Gavazzeni recensione

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